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Autore: Arch. Lenzi Sergio
“Il food design è una cucina delle forme per consumare il cibo ben noto, e per orientare la cucina verso oggetti nutritivi sperimentali” .
Se diamo al design il suo significato più classico, quello di disegno industriale, appare evidente la connessione fra il cibo e il design in quanto il cibo è divenuto un prodotto per il consumo di massa, un prodotto industriale che necessita di una approfondita progettazione di tutto il ciclo di vita, attraverso fasi di ricerca e sviluppo, ingegnerizzazione, marketing ecc. Sembra evidente che, più avanzano le tecnologie legate alla produzione alimentare, più spazio si apre per la progettazione in questo settore.
Ma, se fino a pochi anni fa l’attenzione al settore alimentare sembrava suonare solo come un’eco lontana nel mondo del design, poco più che il riflesso di tendenze di costume, oggi assistiamo al proliferare di mostre, concorsi e conferenze sul tema, prima fra tutte quella del Salone Internazionale del Mobile di Milano, che nella sua edizione 2004 ha ospitato al suo interno la sezione “Street Dining Design”.
Questa è una mostra di progetti legati al consumo del cibo attraverso le varie espressioni tipologiche contemporanee di Architetture di interni con il coinvolgimento di nuove forze progettuali; è un'esposizione tematica dedicata allo street food design, all'architettura, alla presentazione del cibo, all'estetica del packaging e alla grafica: tutte le manifestazioni di quello che viene ormai comunemente definito food design. All’interno della mostra, grande rilievo è stato dato al packaging e alla grafica di oggetti comuni come: bicchieri, tovaglioli, sottobicchieri, intesi come utensili confortevoli per il consumo veloce del cibo. Il messaggio fondamentale che si cerca di veicolare è che “l’esperienza del cibo non si esaurisce nel consumo delle pietanze, ma è una sperimentazione sinestetica del progetto. Progetto inteso come design dell’ambiente (arredo, illuminazione e controllo del suono), della comunicazione e dell’immagine coordinata” . Questa è la consapevolezza che si fa strada negli ambienti del design da poco più di un anno a questa parte, sebbene, a ben vedere la questione abbia radici ben più profonde. “Progettare un cibo non significa solo farlo buono e sano, ma anche farlo apparire buono e sano e, in quanto tale, desiderabile” . Il cibo industriale si trova a dover competere, sugli scaffali del supermercato come pure nell’offerta della ristorazione di massa, con l’immaginario emotivo e funzionale dei beni e servizi industriali di largo consumo che alimentari non sono. Ossia con i piccoli e grandi elettrodomestici, le suppellettili, gli utensili, le esperienze e quant’altro affolla quotidianamente la nostra vita, creando un’ossessionante condizione di iperscelta. Il cibo industriale infatti è, per grossa parte e a tutti gli effetti, un bene industriale di largo consumo: tuttavia è un bene assolutamente speciale, dotato di un’importanza e di una valenza sensoriale del tutto straordinarie e uniche.
Se, per ricorrere a categorie note, parliamo di “valore aggiunto”, che riguardo al cibo è il derivante dallo scarto fra il potere nutritivo e la sua funzione non alimentare (le sue componenti di sogno, di simbolo, ma anche di vantaggio e quant’altro), non è difficile capire come in realtà questa parte di valore sia anche superiore a quella nutritiva, tanto in termini di percezione (e quindi preferenza) del consumatore, che di costi che alla fine compongono il prezzo del bene.
Il cibo ha subito con l’industrializzazione lo stesso destino degli altri beni di largo consumo: anzi, prima di altri, il sistema alimentare ha dovuto fare i conti con grandi numeri e innovazione tecnologica.
Oggi, inoltre, è in corso una trasformazione delle tecnologie di preparazione, conservazione e distribuzione del cibo così sostanziale, da rendere sovente necessaria la progettazione di identità alimentari radicalmente nuove, che materializzino valori nuovi e diversi da quelli sui quali è fondato il linguaggio tradizionale.
Parte di questa progettazione è di competenza di esperti di tecnologie alimentari, chimici, scienziati in grado di manipolare il prodotto a partire dalla sua composizione molecolare. Ma proprio questa perdita di naturalità del cibo, fa entrare in gioco la progettazione delle sue caratteristiche più esteriori, di quella che si può chiamare la sua interfaccia sensoriale, fatta di forme e colori, a loro volta correlate con la percezione dei sapori, degli odori, di altre funzionalità aggiuntive, sempre più spesso legate alle nuove modalità di consumo dei pasti e a tutto ciò che riporta alla sfera dell’immaginario.